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RICORDI DI SOMALIA 1
Barbara
Primo giorno
di scuola
Il problema più grosso del primo giorno di scuola, in Somalia, è capire
quando esso avvenga. Anche dopo che è passato, capire quando ciò sia successo
non è sempre impresa delle più agevoli.
Si arriva dall'Italia dopo un volo notturno di otto ore, coprendosi in due con
una giacca, gentilmente prestata, perché le coperte sono finite; si affronta il
caos africano dell'aeroporto, pittoresco, in verità, molto pittoresco, ma lo si
apprezzerebbe di più a mente fresca e arti riposati; si riempie un mucchietto di
moduli, in piedi, appoggiati a borse, pareti, spalle di colleghi compiacenti; si
passa al controllo sanità, controllo passaporto, controllo valuta, controllo del
controllo valuta; si cercano le proprie valigie tra centinaia di valigie
ammucchiate dietro un bancone - e di solito si trovano - si aprono, si dà la
mancia a un doganiere perché il controllo non sia troppo minuzioso - e il
doganiere sorride, ringrazia, intasca e se ne va; le valigie vengono controllate
da qualcun altro - e finalmente si esce al sole africano, in attesa che
qualcuno ci raccatti e ci porti alle nostre case.
A questo punto si viene informati che "domani si comincia". L'indomani si va
all'università, ma gli studenti non ci sono. Meglio così, del resto, perché non
si saprebbe dove metterli, dato che non ci sono neanche le aule. Per la verità
mancano anche gli elenchi degli studenti. E manca anche il direttore. A guardar
bene mancano anche un po’ di professori, che si sono persi per strada, e
all'università non sono riusciti ad arrivarci. Ma forse un giorno ci
arriveranno, Insh'Allah. Ma niente paura, c'è da fare per tutti lo stesso: c'è
da riordinare tutto il materiale. Ma, un momento: questo non è il materiale che
avevamo riordinato sei mesi fa, prima di andarcene, e poi non è più stato
toccato? Sì, è proprio quello. E come mai non è più in ordine? Mistero. Intanto
si riordina. E domani verranno gli studenti. Insh'Allah. L'indomani gli studenti
non ci sono. E neanche gli elenchi. E neanche le aule. Ecc. ecc. Ma non c'è
rischio di annoiarsi: ci sono i proiettori da controllare. Ma non li avevamo
controllati sei mesi fa? E poi non erano più stati usati? Sì, ma per metà sono
fuori uso lo stesso, bisogna controllarli. E domani arrivano gli studenti.
Passano i giorni - quanti? Chi lo sa! Si preparano gli orari, si riordinano i
magazzini, si appendono le lavagne, si ramazzano i corridoi, si tornano a
controllare i proiettori - qualche altro, Dio sa come, è finito fuori uso - si
spiega ai colleghi nuovi come si pronunciano i nomi somali, si informano sparuti
gruppetti di studenti vaganti per i corridoi che no, ancora non si è cominciato,
no, ancora non si sa quando si cominci, sì, gli elenchi degli studenti ammessi
all'università sono stati pubblicati sul giornale, sì, purtroppo sappiamo che
negli elenchi ci sono degli errori, no, purtroppo il direttore non c'è, non
sappiamo dove sia.
Poi un bel giorno ti ritrovi in classe, bianco di gesso o blu di pennarello
dalla testa ai piedi, con quaranta occhi che ti guardano perplessi mentre ti
esibisci in mirabolanti acrobazie, nel disperato tentativo di fargli capire che
diavolo significhi "allora". Ti accorgi che sei afono per il gran parlare fatto
in tutti questi giorni. E così scopri che il primo giorno di scuola è già
passato. Quando? Mah. Ma l'anno prossimo ci starò più attenta: l'anno prossimo
lo scoprirò, finalmente, quand'è il primo giorno di scuola. Insh'Allah.
barbara

La flotta aerea somala al gran completo (solo quello davanti: l'altro è della
Kenya airlines)
10 Novembre 2005
RICORDI DI SOMALIA
2
Trovare casa a Mogadiscio
Se vai a Mogadiscio per la prima volta, è un problema: non sai a chi
rivolgerti, non sai dove andare, non sai come funzionano queste faccende. Ma se
ci stai tornando per la seconda volta, è tutto molto più semplice: telefoni al
padrone di casa di qualche amico o collega dell'anno prima, dici che stai per
arrivare, chiedi se ha una casa libera. Naturalmente, ti dice, per te ho sempre
una casa libera. Gli chiedi se devi mandargli un anticipo, e la tua proposta
quasi lo offende: non c'è problema, ti dice, io sono tuo cliente. Mandando in
crisi chi non conosca il doppio significato del termine “cliente” in lingua
somala.
Così tu parti sereno e fiducioso. E stanchissimo e sudato, ma altrettanto sereno
e fiducioso, arrivi a Mogadiscio. Incontri il "tuo” padrone di casa, e gli
chiedi di accompagnarti alla tua abitazione. Lui ti guarda un po’ imbarazzato,
quasi stupito per la tua domanda, si gratta la pelata, poi esordisce: "Ecco,
veramente, per adesso la casa non c'è”. "Non c'è?” "Non c'è". "Come non c'è?”
"Non c'è". Inutile tentare ulteriori indagini, tanto poi il risultato resta
sempre lo stesso: la casa non c'è. Ma niente paura, la casa la troverai, perché
a questo punto si scatena la sarabanda dei mediatori: in due, in tre, in quattro
ti si affollano intorno, ti portano in giro, giorno dopo giorno, a vedere case,
una dopo l'altra. Te ne mostrano una proprio carina, ma proprio tanto, peccato
che non te la possano dare, perché è già affittata. Ti mostrano una specie di
magazzino con, come unico arredamento, grandi cumuli di calcinacci e spazzatura.
Però, ti assicurano, se ci fai mettere la luce e l'acqua viene proprio bellina.
Te ne mostrano una che però dentro non si può vedere, perché le chiavi non ci
sono, e il padrone non c'è, e poi forse non è neanche da affittare. Alla fine
trovi la casa dei tuoi sogni: piccolina, carina, ben arredata, con un bellissimo
giardino e un patio ancora più bello. Però devi pazientare: sarà libera solo fra
un paio di settimane. E intanto tu continui a restare accampato, profugo, da
qualche parte, aspettando che la casa si liberi. Dopo due settimane, finalmente,
riesci a entrarci, e dopo un mese, se ti va bene, riesci anche a scoprire chi
sia il tuo padrone di casa.
E il mediatore? Non vuole soldi, non vuole niente. In compenso continua a
girarti per casa, a invitarti a pranzo, a invitarti a cena, a invitarti al mare:
era meglio se ti presentava la parcella. In scellini somali.
RICORDI DI SOMALIA 3
Casa, dolce casa
Se per caso ti eri illuso che, trovata la casa, il problema-casa fosse
definitivamente risolto, non tarderai ad accorgerti che ti eri
clamorosamente sbagliato. Il padrone di casa - o chi per lui -
accompagnandoti nel giro di perlustrazione, ti invita a guardare
attentamente e segnalargli tutto quello che manca. E tu gli segnali la
mancanza di un attaccapanni, o almeno qualche chiodo, in bagno, per
appendere gli asciugamani; un ferro da stiro; un coltello da cucina, oltre
all'arredamento del salotto. Avrai tutto domani, ti viene assicurato,
promessa d'onore. Dopo una settimana, avendo accumulato mezza tonnellata di
panni da stirare, bussi timidamente alla porta del padrone di casa. Che ti
accoglie con grandi feste: "Lei per me sei come una sorella, Lei puoi
chiedere quello che vuoi", e ti consegna un temperino ("Il coltello che Lei
avevi chiesto"). Il resto arriverà domani. Dopo una settimana arriva il
ferro da stiro; dopo due il salotto. Gli asciugamani resteranno appesi alla
maniglia della porta fino alla fine del tuo soggiorno. In compenso ti hanno
quasi subito installato il campanello, rarità preziosa, in queste contrade.
Un giorno, mentre stai pranzando, suonano. Vai ad aprire: nessuno. Mandi un
accidente all'indirizzo dei bambini che non hanno altro da fare che rompere
l'anima al prossimo, e rientri. Dopo cinque minuti, seconda scampanellata,
poi la terza. Alla quinta decidi di non aprire più. Alla cinquantesima,
esasperato, ti apposti con un bastone, deciso a menar botte da orbi sul
disgraziato di turno. E così scopri che le innocenti creature, più innocenti
di così non potrebbero essere: il campanello suona da solo. Se poi capita
che in piena notte si metta a suonare ininterrottamente, non ti devi
preoccupare: dopo quattro ore e mezzo, grazie a Dio, esploderà, e da allora
non suonerà mai più, e tu tornerai a dormire sonni tranquilli. Può poi
accadere che ti si guasti il frigo: ti diranno che è colpa della tensione
troppo bassa. Inutile tentare di dimostrare, fatti alla mano, che la
tensione è innocente: non si ammettono repliche. Meglio così, comunque:
finché te lo lasciano, puoi sempre sperare in qualche occasionale e
momentaneo ritorno di fiamma; se te lo portano via per ripararlo, può
succedere che tu non lo riveda mai più. Dell'acquaio che non scarica,
invece, puoi lagnarti tranquillamente: quello non ti verrà portato via.
Anzi, riceverai uno sturalavandini in omaggio assieme ai migliori auguri.
Non servirà a niente, ma almeno ti darà l'illusione che ti si venga
incontro. Se invece hai problemi con lo sciacquone che non si ricarica, non
hai che da munirti di un secchio. A meno che non piova, nel qual caso il
secchio ti servirà, assieme a tutti gli altri recipienti disponibili, a
raccogliere la preziosa acqua piovana che, tramite un complesso sistema di
condutture, ti viene fatta arrivare direttamente in casa. Se capita che
durante la notte un pezzo di soffitto ti crolli sulla testa, è chiaro che la
colpa è tua: dovevi accorgerti che c'era una crepa e non metterti a dormire
proprio lì sotto. Ciononostante, si decide di aiutarti: basterà che tu dorma
un paio di mesi nello sgabuzzino, e subito il soffitto sarà riparato.
Naturalmente possono capitarti anche molti altri guai, ma l'importante è non
perdere la calma: con la calma si risolve tutto. O magari non si risolve
affatto, ma tanto, anche se ti arrabbiavi, non si risolveva niente lo
stesso.
RICORDI DI
SOMALIA 4
La boyessa
Forse non è esagerato affermare che la boyessa, per chi va in Somalia, è la
cosa più importante. Una buona boyessa è in grado di accendere il sorriso
nel pessimista più incallito; una cattiva può spegnerlo in San Francesco.
Questo strano termine, aborrito da chi arriva e nostalgicamente amato e
rimpianto da chi parte, è il femminile di boy, e indica la domestica. E’
probabile che le brave boyesse siano più numerose delle cattive, ma di
quelle non si parla mai: la gente perbene, si sa, non ha storia. E non fa
neanche colore locale. Dunque, è solo delle altre che si narra. Di quelle,
ad esempio, come Olumo. Arriva il solito mediatore, e te la presenta
dicendo: "Ecco la tua cuoca, la tua donna delle pulizie, la guardiana della
tua casa, della tua salute, del tuo benessere". E la buona Olumo esordisce
chiedendoti come si fa il minestrone, continua chiedendoti lumi su come si
cucina una bistecca, prosegue pregandoti di mostrarle come si fa il caffè.
Sa come si cucinano gli spaghetti, ma ignora che ci voglia il sale. Infine
se ne va, dimenticando di chiudere la porta. La sera scoprirai che ti ha
anche buttato via delle preziosissime medicine, introvabili in Somalia, e
dopo un paio di giorni trascorsi nel bagno, capirai che si beve la tua acqua
minerale, riempiendo poi la bottiglia al rubinetto. Può anche accadere che
all'una, quando rientri, nello stomaco nient'altro che una frettolosa
colazione consumata prima delle sette, non trovi niente da mangiare: quello
che le avevi chiesto, al mercato non c'era, e lei non ha pensato a
sostituirlo con qualcos'altro. Ti dispiace mandarla via, ha una faccia tanto
simpatica, ma proprio non hai scelta. Dopo lunghe ricerche, trovi Makai.
Fortunatamente, sa cucinare: infatti, quando le chiedi minestrone, si
illumina, sorride e dice: "Sì, io conosco". E ti prepara spaghetti al
pomodoro. Ma almeno il sale c'è. In compenso non ha stirato: cucinare gli
spaghetti, ti spiega, porta via molto tempo, e quindi non ha potuto fare
tutto. Osservandola con attenzione e con sovrumana pazienza imparerai
che è possibile riuscire a lavare due piatti, tre posate, una pentola e una
padella in 47 minuti netti; altri 35 minuti occorrono per asciugare, e 18
per riporre. Il giorno dopo le chiedi di fare gnocchi, per vedere se, in
caso di necessità, è in grado di affrettarsi un po'. Quando arrivi a casa,
gli gnocchi sono pronti, e anche buoni. Però non ha lavato, non ha stirato,
non ha lavato i pavimenti, non ha neppure preso in mano una scopa. "Io ho
cucinato!” risponderà indignata alla tua richiesta di spiegazioni. Ma
potrebbe anche capitarti Zeinab. Che è brava, anzi bravissima. Cucina in
modo superbo, lavora velocemente, parla anche un discreto italiano. Qual è
il problema? Che non c'è mai. La vedi girare per tutte le altre case. La
vedi vagabondare per i campi. O non la vedi affatto. Torni a casa stanco e
affamato, e lei sta cominciando allora a preparare il pranzo. Le chiedi
spiegazioni, e lei comincia: "Sì, adesso ti spiego. Sai cosa? ... No, te lo
dico un'altra volta". E si fa una gran risata. Oppure ti spiega che è andata
a cercarti un uovo. Dalle dieci all'una? Sì, dalle dieci all'una. E giù a
ridere. Le buone boyesse invece diventano spesso le vere padrone della casa.
Così può accadere che, incontrando qualche amico dei loro padroni, dicano:
"E’ tanto che non vieni a mangiare da noi: perché non vieni domani? Abbiamo
le verdure in agro-dolce".
Talvolta accade che le boyesse siano trattate molto male dai padroni
bianchi. Dire come schiave sarebbe forse eccessivo. Ma neanche poi tanto. Ci
sono poi le boyesse giovani e carine, non ancora sformate da troppe
gravidanze. Magari hanno una numerosa famiglia da mantenere col loro magro
stipendio. Un'offerta di supplemento non possono permettersi di rifiutarla.
E non sono pochi i giovin signori - neanche poi tanto giovani - che non
esitano ad approfittare della situazione. Piacerebbe poter concludere
dicendo: "Ma questa è un'altra storia". Ma non è così: la storia, purtroppo,
è sempre la stessa.
RICORDI DI
SOMALIA 5
Ladri in casa - o quasi
Secondo per importanza, dopo la boyessa, è il guardiano. Ogni casa ne
ha uno. Un buon guardiano è presente nelle ore in cui gli chiedi di esserlo;
se esce per sgranchirsi le gambe, non perde di vista il tuo cancello; dorme,
ma è capace di svegliarsi al minimo rumore; durante la notte quasi trattiene
il respiro per non disturbarti. Se ti capita un cattivo guardiano, invece, il
problema è serio: viene all'ora che vuole lui; del tuo giardino fa quello che
vuole lui; quando dorme non lo svegliano neanche le cannonate, tanto che, per
farti aprire, può accaderti di dover tempestare il cancello di pugni e calci
per un quarto d'ora, svegliando così tutto il vicinato. Meno lui. Se invece
non dorme, allora non dormi neppure tu: entra ed esce in continuazione -
girando ogni volta tutte e sei le mandate del cancello, passeggia, fischietta,
canticchia, batte le mani, ramazza il cortile - alle tre di notte! - e poi
lo lava, aprendo bene tutto il getto dell'acqua. Dopo un mese di notti
insonni, esasperato, decidi di mandarlo via. E fai una riflessione: i ladri, a
Mogadiscio, non sono poi così numerosi; le case non sono poi così facili da
penetrare: non si potrebbe fare a meno del guardiano? La zona in cui abiti,
oltretutto, è molto tranquilla e, allo stesso tempo, abbastanza frequentata:
non dovresti correre grossi rischi. Detto fatto, licenzi il guardiano e non lo
sostituisci. È a questo punto che entra in azione l'«anonima guardiani». Nel
giro di poche ore la strada, fino a quel momento così tranquilla, si trasforma
in una sorta di Corte dei Miracoli, la tua personale Corte dei Miracoli:
bancarelle con venditori improvvisati di cose visibilmente raccattate su in
fretta e furia, mendicanti, cenciosi, sciancati, sfregiati, ceffi da galera
con ghigni orrendi. Non fanno niente, stanno lì, tu vai e vieni, e loro
neanche ti guardano. Ma quella strada, adesso, non ha più quell'aspetto
rassicurante che aveva prima. E ogni giorno la folla aumenta. E ti accorgi che
adesso ti guardano. Finché una sera trovi qualcuno davanti al tuo cancello.
Non c'è verso di farlo muovere e finché non sarà intervenuto il tassista, col
suo metro e ottanta e le sue spalle ad armadio, non riuscirai ad entrare. La
notte dormi poco e male, a causa dei rumori, inesplicabilmente aumentati. Una
notte scoprirai anche di avere non uno, bensì due muezzin, e che entrambi si
sono dotati di altoparlante. Che fa un tale fracasso, da sembrare di averlo
sottocasa. E i pescatori che prima dell'alba vanno al mare, mai li avevi
sentiti vociare con tanta veemenza. E una moto che non la finisce di andare
avanti e indietro. E una coppia che litiga. E ragazzi che cantano. Proprio una
notte d'inferno. Poi, la mattina, trovi un rinforzo del cancello interamente
sfondato. "OK, ragazzi, avete lavorato bene", ti dici, quasi più ammirato che
arrabbiato. Il messaggio, ormai, è più che chiaro: devi trovarti un guardiano.
Loro non vogliono farti del male; non vogliono neanche rubare; potevano
entrare e non l'hanno fatto. Però tu devi trovarti un guardiano. Purtroppo
quel giorno sei impegnato dalla mattina alla sera, e non te ne puoi occupare.
La sera rientri presto e ti metti ad aspettarli. L'attesa non è lunga: prima
delle dieci si fanno vivi. Bussano, ti parlano; non tentano di entrare: solo,
ti fanno capire che sono lì. E che sono tanti. Tu, ad ogni buon conto, ti
porti in camera il coltello grande, e lo tieni vicino al letto. E riprende il
carosello: moto, canti, litigi, doppio muezzin con altoparlante ma a un'ora
diversa da quella dell'altra notte: non ti sembra strano? No, perché sei
troppo stanco. E al tuo cancello, un ininterrotto susseguirsi di cigolii,
picchiettii, strofinii. La mattina dopo, un altro pezzo del cancello è
sfondato. È chiaro: non entreranno per ora ma non ti lasceranno neppure
dormire. E il pomeriggio, rassegnato, vai a cercarti un nuovo guardiano. Ti
arriva alle sei. È un adolescente imberbe, di fronte al quale ti viene persino
da stare attento a non respirare troppo forte, per paura di buttarlo per
terra. Esci, e dopo qualche ora rientri. Ti fai accompagnare, perché hai un
po’ paura di ciò che ti potrebbe accadere finché la notizia che adesso hai un
guardiano non sarà di pubblico dominio. Invece quando arrivi scopri che la tua
Corte dei Miracoli, come per incanto, è svanita. Un vecchio pescatore si
dirige frettolosamente verso casa. Nessun movimento, nessun rumore. E la
notte, nessun doppio muezzin con altoparlante, ma solo il solito, unico
muezzin, lontanissimo, con la sua voce nuda che riesci a percepire solo
tendendo l'orecchio.
Tutto è bene quel che finisce bene. Ad ogni buon conto, meglio non fidarsi dei
guardiani portati dai mediatori: come si è visto, si rischia di passare dei
gran brutti guai. RICORDI DI
SOMALIA 5
Ammalarsi
a Mogadiscio
L'importante è trovare un medico. Non che i medici
manchino, ma il problema è raggiungerli: il telefono in casa è privilegio di
pochi. Tu che ti sei ammalato, naturalmente, non sei fra gli eletti. Non ti
resta, dunque, che scendere dal letto, vestirti, uscire, chiudere la porta,
ricordandoti di fare tutte e otto le mandate serve per informare il vicinato
che è chiuso bene - idem per il cancello, quindi cercare un taxi, pregando
Dio, Allah, Javeh, e magari anche Giove e Giunone che non si sa mai, che il
tassista non sia ubriaco: capita raramente, ma quando capita, in questi posti
musulmani e analcolici, sono guai seri. Trovato il taxi, devi aver pronta una
piccola - ma a volte anche grande riserva di energia per contrattare il
prezzo della corsa: quello che arrivi, alla fine, a spuntare, è sempre lo
stesso, ma il tempo che impieghi per arrivarci è molto variabile: dai 5
secondi ai 15 minuti. Finalmente sali, e durante la corsa ripreghi tutti gli
Iddii di cui sopra di arrivare indenne: i fari non ci sono, le frecce mancano,
le gomme potrebbero essere efficacemente utilizzate per la pubblicità di un
lucido da scarpe, la convergenza è un'opinione, le sospensioni un'utopia: sono
le auto che i benefattori europei generosamente vendono ai somali,
guadagnandone quanto basta per ripagarsi dell'acquisto, spedizione e uso per
tutta la durata della missione. Incredibilmente, quasi sempre si arriva
indenni. Mentre ti avvii all'ambulatorio, seguiti a pregare: stavolta preghi
che il caso non sia da ricovero: se sopravvivere alla malattia è impresa
ardua, sopravvivere al ricovero è impresa pressoché disperata. Può accadere,
ad esempio, che il chirurgo sia costretto ad aprire costati e addomi tra
nugoli di mosche fameliche: le buone suore italiane, cattoliche apostoliche
romane, sostengono che spruzzare insetticidi non è cosa di loro competenza.
Talvolta l'intervento del vescovo può valere a sbloccare la situazione, ma ciò
non è garantito.
Nel frattempo sei entrato nell'ambulatorio, e scopri che oggi sono di turno
l'ortopedico e il ginecologo, mentre tu hai forti e pressanti ragioni per
supporre che il tuo problema sia un'infezione intestinale. Ma non importa, in
qualche modo si farà: la solidarietà, in terra straniera, è d'obbligo.
Finalmente si rintraccia il medico giusto, il quale ti ascolta, ti visita, e
ti fa una bella ricetta. Proprio bella. Se ti viene voglia di incorniciarla e
appenderla al muro, fallo pure, senza scrupoli: ad altro non ti servirà. In
nessuna farmacia di Mogadiscio troverai mai quelle medicine. E neanche altre,
del resto. In farmacia troverai alcool, cotone, assorbenti, acqua minerale,
scatole di Idrolitina, a volte vasi di vetro con pastiglie sfuse di aspirina,
di tanto in tanto sciroppi vitaminici. Raramente altro. E i partner
privilegiati stanno a guardare. Dunque, niente medicine. Quindi ti rimetti a
letto, e affidi la ricetta a un amico volenteroso che si mette a fare il giro
di colleghi, amici, conoscenti, alla ricerca di qualcuno che abbia una piccola
scorta del farmaco prescritto. La ricerca può durare da tre giorni a tre
settimane. Quando si sarà conclusa, le medicine non ti serviranno più: o sarai
deceduto, o nel frattempo sarai guarito da solo, con la forza di volontà e con
la fede in Dio o in qualunque altra entità tu abbia incaricato di vegliare
sulla tua salute.
barbara
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