Siberia e Russia                                                             

                                     Daniele Castiglioni                                       Amurstal

Oggi il sole splende su Komsomolsk e posso rimanere più tempo all’aperto senza avere la preoccupazione di guardare continuamente il cielo. Da una piazza centrale prendo il tram diretto alla parte settentrionale della città, dove sorge la fabbrica d’acciaio Amurstal, altro luogo dal passato significativo. La linea di binari che corre verso nord è in salita, deve superare un dosso del terreno e perciò non è possibile seguire con lo sguardo i tram che si dirigono in quella direzione. Comunque solo guardare verso nord trasmette un’impressione di vuoto, di abbandono. Sul tram trovo una mezza dozzina di anziane che cantano in maniera gioviale, quasi urlando, sono tutte sedute vicine e sono molto allegre. Una in particolare guida il resto del coro, impostando il ritmo e scegliendo i vari canti. Non mi volto ad osservarle mentre cantano, voglio ricordarmi il loro canto mentre guardo fuori dal finestrino, come se si tratti di una specie di radio del tram. Le canzoni sono tutte gioiose e spensierate, si capisce già dal modo con cui le cantano e rallegrano tutti sul mezzo, tranne un ubriaco che è salito da poco, si è seduto di fianco a me e biascica qualcosa contro le donne. Ha una lanugine bianca che ricopre solo alcune parti del cranio, ma non è paragonabile a dei capelli, sembra più simile a batuffoli di ovatta strappata. Sulla testa e sul naso ha delle ferite fresche e profonde, come dei tagli, il sangue si è appena rappreso sulla pelle formando dei grumi scomposti. Si muove lentamente ma non ha lo sguardo perso nel vuoto, per tutto il resto del viaggio se ne sta in silenzio senza

a terra come un sacco di patate, senza riuscire ad appoggiarsi da nessuna parte, totalmente inerte. Rimane a terra all’apertura delle porte, le altre persone lo scavalcano mentre lui striscia verso l’uscita, nessuno lo aiuta, ora capisco la causa delle ferite in faccia e sul capo, chissà quante altre volte è già caduto oggi. La donna addetta al controllo biglietti lo insulta urlandogli di starsene a casa se vuole bere, intanto lui riesce ad agganciare il corrimano delle porte poco prima che si chiudano e in qualche modo si rialza e si butta giù dal mezzo, appena in tempo prima che le porte stesse si richiudano dietro di lui.

Scendo al capolinea, "park metallurgov", il parco degli operai dell’Amurstal. Leggendo "parco" sulla mappa della città, mi aspetto di trovare una serie di attrezzature, aiuole, alberi, vialetti, il tutto più o meno curato, ma di certo non mi sarei mai aspettato di vedere quello a cui mi trovo davanti. Praticamente esistono solo due coppie di binari che conducono al capolinea della tramvia, poco distante, e basta. Forse è stato affibbiato il termine parco a questa zona solo per la presenza disordinata di alberi, perché oltre ad essi non c’è nulla. Un viottolo di cemento conduce dai binari verso l’interno di un boschetto, provo ad addentrarmi, pensando che magari l’entrata del parco non è proprio nelle immediate vicinanze della fermata del tram. Mi sbaglio, il viottolo non conduce da nessuna parte, ci sono mucchi di immondizia ovunque, soprattutto centinaia di resti di bottiglie di wodka o birra rotte. Arrivo ad uno spiazzo oltre il quale non è possibile proseguire, rami e cespugli crescono dappertutto e nessun sentiero esce dalla boscaglia. Decido di tornare indietro, se esiste un vero parco non è di certo da questa parte. A piedi raggiungo l’entrata della fabbrica per la produzione dell’acciaio, sul cui ingresso campeggia la scritta "auguri cari operai". Anche questa industria funziona a regime e non è possibile visitarla, cosi posso solo fotografare ciò che vedo dalla strada. Non c’è nient’altro da vedere, proseguo a piedi lungo il muro di cinta degli immensi stabilimenti per un paio di chilometri, costeggiando la linea tranviaria. Il muro è sormontato da filo spinato e sopra di esso vedo spuntare solo l’alta figura di una ciminiera rossa e bianca, su cui è dipinta la data 1990. Poiché il muro continua ancora a perdita d’occhio decido di risalire su di un tram, compiendo il percorso inverso a quello che porta al "parco" appena visto. La linea di tram corre in un quartiere spoglio e disadorno, parallela alle grosse condutture del riscaldamento, anche qui esterne e sopraelevate rispetto alla strada.

Torno in hotel e mi dedico alla spesa in un supermarket, l’indomani devo andarmene, il mio viaggio è terminato e ora mi attende solo il solito lungo rientro per l’Italia. Fuori dal supermercato mi ferma un uomo grosso e abbastanza alto, sporco e trasandato. I suoi occhi sono gonfi e una barba ispida gli ricopre le guance, ha in mano un sacchetto nero, che stringe tra le dita sporche e graffiate e mi guarda stralunato. Prima di avvicinarsi ho notato che mi ha osservato fissamente per un po’. Deve aver riconosciuto in me uno straniero, poiché appena inizia a parlarmi dice "come fate a essere cosi alti?", forse pensando che i non russi siano più alti dei russi?. Parliamo qualche secondo, poi mi chiede dei soldi e alza un braccio chiudendo il pugno, ma si ferma a metà corpo e non capisco se si tratti di una velata minaccia o di un gesto qualunque. Mi presento e gli chiedo il nome, si chiama Sergej, ha un figlio alto ma non come me, dice, poi mi richiede se posso dargli degli spiccioli. Gli allungo una banconota da dieci rubli, gli stringo la mano per salutarlo ma parliamo ancora un momento prima di separarci. Al termine del discorso forse entrambi pensiamo di avere di fronte una persona strana.

Komsomolsk è stata visitata in lungo e in largo, mostrandomi vari volti, e rimango soddisfatto della scelta di esserci venuto. Ora anche quest’avventura volge al termine, come sempre dopo avermi regalato un altro po’ di esperienza e ricordi che mi accompagneranno per sempre.

 

 

 

   

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Ultimo aggiornamento: 25-05-08.