CRONACHE DA DAMASCO di Marco Dominici

Damasco, 13 marzo 2005
Ultima cronaca damascena
Ho scelto questa data per scrivere la mia ultima cronaca da Damasco, perché è
stato in questa data, il 10 marzo di tre anni fa, che scrissi la prima. Questa
è la mia ultima cronaca non perché non abbia più voglia di scriverne, ma
semplicemente perché lascio questo paese.
Lascio Damasco e la Siria dopo quasi quattro anni di grandi esperienze,
professionali e umane. Dopo un matrimonio con una ragazza araba e una figlia
che avrà due famiglie in due paesi diversi, due lingue e due sponde del
Mediterraneo su cui fare spola (ha gia’ cominciato in pancia della madre).
Lascio Damasco e la Siria senza troppi rimpianti, dopo un ultimo anno a dir
poco impervio, in cui tante, troppe cose sono cambiate, e non certo in meglio:
è cambiata in modo irrisolvibile la mia situazione professionale, ma è
cambiata soprattutto la Siria, e non solo perché dopo tre anni in una terra
straniera la si inizia a guardare con occhi differenti. Ero venuto in un paese
non certo prospero e felicissimo, ma in cui la gente aveva un aspetto quieto e
tranquillo, che sapeva sorridere anche negli ingorghi stradali più assurdi e
che viveva all’insegna di una serena rassegnazione a cui era abituata da
secoli.
Lascio un paese che, a parte le torbide e sanguinose vicende internazionali,
vive un periodo di grandissima crisi economica: prezzi in pochi anni aumentati
a dismisura, quelli delle case addirittura triplicati, quadruplicati (e già il
mercato immobiliare era al di sopra delle possibilità di molti), malcontento
popolare montante e palpabile negli sguardi più cupi di chi ti passa accanto,
nell’avidità sempre più rapace dei tassisti, in una paura vaga ma latente che
si riflette in ogni aspetto della vita quotidiana. Non è stato un caso che
l’assalto all’ambasciata danese sia avvenuto proprio in questo periodo, le
vignette su Maometto (apparse nel settembre 2005) sono state un pretesto
perfetto per chi manovra le manifestazioni e le emozioni collettive.
Chi può si affretta a procurarsi un passaporto canadese (è il più facile da
ottenere), i più scuotono la testa e sperano che tutto passi come una brutta
stagione e faccia meno danni possibile.
Lascio un paese in cui sono raddoppiati i ritratti del presidente Bashar, le
bandiere ai balconi e alle finestre, le invocazioni alla Siria, tutte
espressioni di un nazionalismo che, a mio modesto parere, non rappresenta mai
un buon segno. Il nazionalismo è un velo che si innalza quasi sempre per
celare problemi che non si vogliono affrontare, frustrazioni profonde, rabbie
da soffocare o, meglio, veicolare in maniera funzionale ai propri scopi.
Lascio un paese più povero, più prostrato di prima, se mai era possibile, e
lascio un popolo incattivito e ancora più triste di quando ero arrivato, e non
è poco. Nel mondo arabo i siriani non sono certo famosi per il loro buon
umore, ma ora hanno davvero le loro buone ragioni per non danzare il dabke con
la spensieratezza di prima.
Si aprono di continuo nuovi ristoranti e caffè, ma sembra sempre di più di
stare su un Titanic di terraferma, dove ragazze pittate e bellimbusti su
fuoristrada si aggirano in uno scenario surreale, del tutto incongruo, dove
tra palazzi malmessi e marciapiedi perennemente diroccati si aggirano fantasmi
neri di donne completamente velate, vecchi in ciabatte logore che vendono il
niente che possiedono a clienti inesistenti, bambini che dimostrano 20 a
chiedere l’elemosina senza più timore di venire importunati dalla polizia,
come accadeva qualche tempo fa. L’accattonaggio, in teoria vietato per legge,
è ormai apertamente tollerato, altro segno eloquente di una china che sembra
non reversibile.
A fronte di tutto questo, la primavera batte ancora alle porte con insistenza,
e Damasco rifiorisce di colori al sole ormai tiepido delle giornate più lunghe
e luminose che inondano i crepuscoli di colori unici, tra cielo e deserto, tra
il rincorrersi dei richiami dei muezzin e il vento che come ogni primavera
ritorna protagonista e batte le tende dei suq, le jellabie degli anziani che
entrano nelle moschee, le kufyie dei contadini che si ostinano a venire nella
capitale in cerca di una fortuna sempre più improbabile, che non viene né col
vento né con la bella stagione.
Quando venni a Damasco mi accolse una città odorosa di gelsomino, e
probabilmente, a giugno, quando partirò definitivamente, sarà sempre questo
intenso odore ad accompagnarmi all’aeroporto. Non sarà certo un addio, tornerò
qui almeno una volta all’anno per visitare la famiglia di mia moglie, e
Damasco sarà sempre parte della mia vita. Uno dei vantaggi di sposare una
straniera è quello di appropriarsi in parte anche della sua terra, della sua
cultura, diventare più ricco in questo senso e chissà, forse più saggio.
Personalmente, non sono di quelli che odiano gli addii, soprattutto quando la
partenza conduce ad un nuovo arrivo in una nuova terra, a nuove esperienze,
nuovi gesti da decifrare, alfabeti da apprendere o non comprendere. Anche la
non comprensione è un’esperienza necessaria.
Ricordo che la cosa che mi piacque di più nei primi mesi qui in Siria fu la
mia completa ignoranza della lingua, che mi portava, come da bambino, a
sillabare i nomi dei negozi, delle insegne luminose, dei manifesti ai muri.
Anche ora non posso dire di essere migliorato molto, l’arabo non è certo una
lingua da imparare da autodidatta come ho fatto io, e con discontinuità. E’
una lingua molto ostica, quella classica (l’arabo colloquiale è meno
complesso, ma pur sempre “arabo”), che risale al Corano e che da lì non si è
modificata, come molte altre cose, del resto.

Un mondo che si volta solo indietro
Ecco, l’ultima riflessione che mi viene da fare lasciando questi posti mi
viene fornita da N., una studentessa palestinese, ultima di 10 fratelli e
sorelle e unica in famiglia ad aver rifiutato di mettere l’isharb, a sposarsi
all’età “giusta”, a rinunciare ad un lavoro considerato “sconveniente” per una
ragazza (è segretaria di un ministro). Una pecora nera, insomma, che odia
Israele ma condanna con forza gli attentati suicidi nei bus e nei locali di
Tel Aviv. Una ragazza con una testa e la voglia di usarla. “Qui – dice N. –
abbiamo avuto tutto da voi, dall’Occidente: il benessere, la tecnologia, i
soldi e anche le cose più negative, ovvio. Ma di nostro non abbiamo dato
niente, non abbiamo prodotto niente, se non una religione, molti secoli fa. E’
l’unica cosa che ci appartiene, e non l’abbiamo nemmeno compresa bene. Abbiamo
sempre Dio in bocca, ma temiamo più il vicino di casa; diciamo che sul Corano
è scritto così ma non ci domandiamo perché, né se è realmente vero. Abbiamo
delegato tutto al Corano e da lì non ci siamo più mossi. L’Islam era nato come
una religione dinamica e progressista e ne abbiamo fatto uno strumento di
ignoranza e sopraffazione. I nostri maggiori uomini di scienza risalgono tutti
a prima del 1000, per più di un millennio non abbiamo elaborato più niente. E
vi stupite perché adesso la religione ha tanto successo? E’ l’unica cosa di
nostro che possiamo vantare, e per i molti che non hanno altro rappresenta
tutto. Viviamo in un continuo stato di frustrazione, ci sentiamo inferiori a
voi e sappiamo di esserlo, su molte cose, ma siamo incapaci ormai di fare
alcunché di nostro, di originale; i nostri regimi ci hanno completamente
inebetito, i nostri sistemi educativi sono fatti per produrre persone incapaci
di creare, di lavorare con la fantasia e con l’immaginazione. Voi italiani
siete famosi per l’arte, per la moda, il design, qui in Siria l’Italia è il
paese della bellezza e del vivere felici. Noi siamo incapaci di essere così,
quelli che possono farlo se ne fregano, ma la maggioranza non può vivere in
questa frustrazione troppo a lungo, deve trovare un modo di alzare la testa.
Lo trova nell’Islam. Non è colpa loro, né vostra. E’ un retaggio di incapacità
e di ignoranza che ci portiamo dietro da secoli e che non ci ha portato né ci
porterà a niente di buono.
Io odio questo modo di vivere, eppure non posso fare a meno di restare. So che
se me ne andassi sarebbe come se mi tagliassero una mano, una gamba, una parte
della mia vita. Non ho mai visto la Palestiina, la terra dei miei genitori, ma
anche di questo so di non poter incolpare solo Israele. Credo che se non
fossimo stati arabi, l’avremmo già ripresa. Anzi, forse non l’avremmo mai
persa”.
Lascio la Siria con queste parole ancora all’orecchio che si imprimono nella
memoria. Forse dovevo aspettare di andarmene per capire davvero qualcosa di
questo mondo. Ma, anche stavolta, è un capire in negativo, un capire in
levare, per così dire; è la consapevolezza di un vuoto a perdere, un vuoto
difficile da colmare con parole o spiegazioni, e che ha forse nel deserto
scabro e roccioso di questi posti la sua migliore concretizzazione.
