Somalia di Barbara 

 

Ritorno ai ricordi  

Considerazioni postume

RICORDI DI SOMALIA 1    Barbara


Primo giorno di scuola
Il problema più grosso del primo giorno di scuola, in Somalia, è capire quando esso avvenga. Anche dopo che è passato, capire quando ciò sia successo non è sempre impresa delle più agevoli.
Si arriva dall'Italia dopo un volo notturno di otto ore, coprendosi in due con una giacca, gentilmente prestata, perché le coperte sono finite; si affronta il caos africano dell'aeroporto, pittoresco, in verità, molto pittoresco, ma lo si apprezzerebbe di più a mente fresca e arti riposati; si riempie un mucchietto di moduli, in piedi, appoggiati a borse, pareti, spalle di colleghi compiacenti; si passa al controllo sanità, controllo passaporto, controllo valuta, controllo del controllo valuta; si cercano le proprie valigie tra centinaia di valigie ammucchiate dietro un bancone -­ e di solito si trovano -­ si aprono, si dà la mancia a un doganiere perché il controllo non sia troppo minuzioso -­ e il doganiere sorride, ringrazia, intasca e se ne va; le valigie vengono controllate da qualcun altro -­ e finalmente si esce al sole africano, in attesa che qualcuno ci raccatti e ci porti alle nostre case.
A questo punto si viene informati che "domani si comincia". L'indomani si va all'università, ma gli studenti non ci sono. Meglio così, del resto, perché non si saprebbe dove metterli, dato che non ci sono neanche le aule. Per la verità mancano anche gli elenchi degli studenti. E manca anche il direttore. A guardar bene mancano anche un po’ di professori, che si sono persi per strada, e all'università non sono riusciti ad arrivarci. Ma forse un giorno ci arriveranno, Insh'Allah. Ma niente paura, c'è da fare per tutti lo stesso: c'è da riordinare tutto il materiale. Ma, un momento: questo non è il materiale che avevamo riordinato sei mesi fa, prima di andarcene, e poi non è più stato toccato? Sì, è proprio quello. E come mai non è più in ordine? Mistero. Intanto si riordina. E domani verranno gli studenti. Insh'Allah. L'indomani gli studenti non ci sono. E neanche gli elenchi. E neanche le aule. Ecc. ecc. Ma non c'è rischio di annoiarsi: ci sono i proiettori da controllare. Ma non li avevamo controllati sei mesi fa? E poi non erano più stati usati? Sì, ma per metà sono fuori uso lo stesso, bisogna controllarli. E domani arrivano gli studenti.
Passano i giorni ­- quanti? Chi lo sa! Si preparano gli orari, si riordinano i magazzini, si appendono le lavagne, si ramazzano i corridoi, si tornano a controllare i proiettori -­ qualche altro, Dio sa come, è finito fuori uso -­ si spiega ai colleghi nuovi come si pronunciano i nomi somali, si informano sparuti gruppetti di studenti vaganti per i corridoi che no, ancora non si è cominciato, no, ancora non si sa quando si cominci, sì, gli elenchi degli studenti ammessi all'università sono stati pubblicati sul giornale, sì, purtroppo sappiamo che negli elenchi ci sono degli errori, no, purtroppo il direttore non c'è, non sappiamo dove sia.
Poi un bel giorno ti ritrovi in classe, bianco di gesso o blu di pennarello dalla testa ai piedi, con quaranta occhi che ti guardano perplessi mentre ti esibisci in mirabolanti acrobazie, nel disperato tentativo di fargli capire che diavolo significhi "allora". Ti accorgi che sei afono per il gran parlare fatto in tutti questi giorni. E così scopri che il primo giorno di scuola è già passato. Quando? Mah. Ma l'anno prossimo ci starò più attenta: l'anno prossimo lo scoprirò, finalmente, quand'è il primo giorno di scuola. Insh'Allah.


Barbara


La flotta aerea somala al gran completo (solo quello davanti: l'altro è della Kenya airlines)


10 Novembre 2005

RICORDI DI SOMALIA  2
Trovare casa a Mogadiscio

Se vai a Mogadiscio per la prima volta, è un problema: non sai a chi rivolgerti, non sai dove andare, non sai come funzionano queste faccende. Ma se ci stai tornando per la seconda volta, è tutto molto più semplice: telefoni al padrone di casa di qualche amico o collega dell'anno prima, dici che stai per arrivare, chiedi se ha una casa libera. Naturalmente, ti dice, per te ho sempre una casa libera. Gli chiedi se devi mandargli un anticipo, e la tua proposta quasi lo offende: non c'è problema, ti dice, io sono tuo cliente. Mandando in crisi chi non conosca il doppio significato del termine “cliente” in lingua somala.
Così tu parti sereno e fiducioso. E stanchissimo e sudato, ma altrettanto sereno e fiducioso, arrivi a Mogadiscio. Incontri il "tuo” padrone di casa, e gli chiedi di accompagnarti alla tua abitazione. Lui ti guarda un po’ imbarazzato, quasi stupito per la tua domanda, si gratta la pelata, poi esordisce: "Ecco, veramente, per adesso la casa non c'è”. "Non c'è?” "Non c'è". "Come non c'è?” "Non c'è". Inutile tentare ulteriori indagini, tanto poi il risultato resta sempre lo stesso: la casa non c'è. Ma niente paura, la casa la troverai, perché a questo punto si scatena la sarabanda dei mediatori: in due, in tre, in quattro ti si affollano intorno, ti portano in giro, giorno dopo giorno, a vedere case, una dopo l'altra. Te ne mostrano una proprio carina, ma proprio tanto, peccato che non te la possano dare, perché è già affittata. Ti mostrano una specie di magazzino con, come unico arredamento, grandi cumuli di calcinacci e spazzatura. Però, ti assicurano, se ci fai mettere la luce e l'acqua viene proprio bellina. Te ne mostrano una che però dentro non si può vedere, perché le chiavi non ci sono, e il padrone non c'è, e poi forse non è neanche da affittare. Alla fine trovi la casa dei tuoi sogni: piccolina, carina, ben arredata, con un bellissimo giardino e un patio ancora più bello. Però devi pazientare: sarà libera solo fra un paio di settimane. E intanto tu continui a restare accampato, profugo, da qualche parte, aspettando che la casa si liberi. Dopo due settimane, finalmente, riesci a entrarci, e dopo un mese, se ti va bene, riesci anche a scoprire chi sia il tuo padrone di casa.
E il mediatore? Non vuole soldi, non vuole niente. In compenso continua a girarti per casa, a invitarti a pranzo, a invitarti a cena, a invitarti al mare: era meglio se ti presentava la parcella. In scellini somali.

RICORDI DI SOMALIA  3
Casa, dolce casa

Se per caso ti eri illuso che, trovata la casa, il problema-casa fosse definitivamente risolto, non tarderai ad accorgerti che ti eri clamorosamente sbagliato. Il padrone di casa ­- o chi per lui -­ accompagnandoti nel giro di perlustrazione, ti invita a guardare attentamente e segnalargli tutto quello che manca. E tu gli segnali la mancanza di un attaccapanni, o almeno qualche chiodo, in bagno, per appendere gli asciugamani; un ferro da stiro; un coltello da cucina, oltre all'arredamento del salotto. Avrai tutto domani, ti viene assicurato, promessa d'onore. Dopo una settimana, avendo accumulato mezza tonnellata di panni da stirare, bussi timidamente alla porta del padrone di casa. Che ti accoglie con grandi feste: "Lei per me sei come una sorella, Lei puoi chiedere quello che vuoi", e ti consegna un temperino ("Il coltello che Lei avevi chiesto"). Il resto arriverà domani. Dopo una settimana arriva il ferro da stiro; dopo due il salotto. Gli asciugamani resteranno appesi alla maniglia della porta fino alla fine del tuo soggiorno. In compenso ti hanno quasi subito installato il campanello, rarità preziosa, in queste contrade. Un giorno, mentre stai pranzando, suonano. Vai ad aprire: nessuno. Mandi un accidente all'indirizzo dei bambini che non hanno altro da fare che rompere l'anima al prossimo, e rientri. Dopo cinque minuti, seconda scampanellata, poi la terza. Alla quinta decidi di non aprire più. Alla cinquantesima, esasperato, ti apposti con un bastone, deciso a menar botte da orbi sul disgraziato di turno. E così scopri che le innocenti creature, più innocenti di così non potrebbero essere: il campanello suona da solo. Se poi capita che in piena notte si metta a suonare ininterrottamente, non ti devi preoccupare: dopo quattro ore e mezzo, grazie a Dio, esploderà, e da allora non suonerà mai più, e tu tornerai a dormire sonni tranquilli. Può poi accadere che ti si guasti il frigo: ti diranno che è colpa della tensione troppo bassa. Inutile tentare di dimostrare, fatti alla mano, che la tensione è innocente: non si ammettono repliche. Meglio così, comunque: finché te lo lasciano, puoi sempre sperare in qualche occasionale e momentaneo ritorno di fiamma; se te lo portano via per ripararlo, può succedere che tu non lo riveda mai più. Dell'acquaio che non scarica, invece, puoi lagnarti tranquillamente: quello non ti verrà portato via. Anzi, riceverai uno sturalavandini in omaggio assieme ai migliori auguri. Non servirà a niente, ma almeno ti darà l'illusione che ti si venga incontro. Se invece hai problemi con lo sciacquone che non si ricarica, non hai che da munirti di un secchio. A meno che non piova, nel qual caso il secchio ti servirà, assieme a tutti gli altri recipienti disponibili, a raccogliere la preziosa acqua piovana che, tramite un complesso sistema di condutture, ti viene fatta arrivare direttamente in casa. Se capita che durante la notte un pezzo di soffitto ti crolli sulla testa, è chiaro che la colpa è tua: dovevi accorgerti che c'era una crepa e non metterti a dormire proprio lì sotto. Ciononostante, si decide di aiutarti: basterà che tu dorma un paio di mesi nello sgabuzzino, e subito il soffitto sarà riparato. Naturalmente possono capitarti anche molti altri guai, ma l'importante è non perdere la calma: con la calma si risolve tutto. O magari non si risolve affatto, ma tanto, anche se ti arrabbiavi, non si risolveva niente lo stesso.

 

RICORDI DI SOMALIA  4

La boyessa

Forse non è esagerato affermare che la boyessa, per chi va in Somalia, è la cosa più importante. Una buona boyessa è in grado di accendere il sorriso nel pessimista più incallito; una cattiva può spegnerlo in San Francesco. Questo strano termine, aborrito da chi arriva e nostalgicamente amato e rimpianto da chi parte, è il femminile di boy, e indica la domestica. E’ probabile che le brave boyesse siano più numerose delle cattive, ma di quelle non si parla mai: la gente perbene, si sa, non ha storia. E non fa neanche colore locale. Dunque, è solo delle altre che si narra. Di quelle, ad esempio, come Olumo. Arriva il solito mediatore, e te la presenta dicendo: "Ecco la tua cuoca, la tua donna delle pulizie, la guardiana della tua casa, della tua salute, del tuo benessere". E la buona Olumo esordisce chiedendoti come si fa il minestrone, continua chiedendoti lumi su come si cucina una bistecca, prosegue pregandoti di mostrarle come si fa il caffè. Sa come si cucinano gli spaghetti, ma ignora che ci voglia il sale. Infine se ne va, dimenticando di chiudere la porta. La sera scoprirai che ti ha anche buttato via delle preziosissime medicine, introvabili in Somalia, e dopo un paio di giorni trascorsi nel bagno, capirai che si beve la tua acqua minerale, riempiendo poi la bottiglia al rubinetto. Può anche accadere che all'una, quando rientri, nello stomaco nient'altro che una frettolosa colazione consumata prima delle sette, non trovi niente da mangiare: quello che le avevi chiesto, al mercato non c'era, e lei non ha pensato a sostituirlo con qualcos'altro. Ti dispiace mandarla via, ha una faccia tanto simpatica, ma proprio non hai scelta. Dopo lunghe ricerche, trovi Makai. Fortunatamente, sa cucinare: infatti, quando le chiedi minestrone, si illumina, sorride e dice: "Sì, io conosco". E ti prepara spaghetti al pomodoro. Ma almeno il sale c'è. In compenso non ha stirato: cucinare gli spaghetti, ti spiega, porta via molto tempo, e quindi non ha potuto fare tutto. Osservandola con attenzione ­ e con sovrumana pazienza ­ imparerai che è possibile riuscire a lavare due piatti, tre posate, una pentola e una padella in 47 minuti netti; altri 35 minuti occorrono per asciugare, e 18 per riporre. Il giorno dopo le chiedi di fare gnocchi, per vedere se, in caso di necessità, è in grado di affrettarsi un po'. Quando arrivi a casa, gli gnocchi sono pronti, e anche buoni. Però non ha lavato, non ha stirato, non ha lavato i pavimenti, non ha neppure preso in mano una scopa. "Io ho cucinato!” risponderà indignata alla tua richiesta di spiegazioni. Ma potrebbe anche capitarti Zeinab. Che è brava, anzi bravissima. Cucina in modo superbo, lavora velocemente, parla anche un discreto italiano. Qual è il problema? Che non c'è mai. La vedi girare per tutte le altre case. La vedi vagabondare per i campi. O non la vedi affatto. Torni a casa stanco e affamato, e lei sta cominciando allora a preparare il pranzo. Le chiedi spiegazioni, e lei comincia: "Sì, adesso ti spiego. Sai cosa? ... No, te lo dico un'altra volta". E si fa una gran risata. Oppure ti spiega che è andata a cercarti un uovo. Dalle dieci all'una? Sì, dalle dieci all'una. E giù a ridere. Le buone boyesse invece diventano spesso le vere padrone della casa. Così può accadere che, incontrando qualche amico dei loro padroni, dicano: "E’ tanto che non vieni a mangiare da noi: perché non vieni domani? Abbiamo le verdure in agro-dolce".
Talvolta accade che le boyesse siano trattate molto male dai padroni bianchi. Dire come schiave sarebbe forse eccessivo. Ma neanche poi tanto. Ci sono poi le boyesse giovani e carine, non ancora sformate da troppe gravidanze. Magari hanno una numerosa famiglia da mantenere col loro magro stipendio. Un'offerta di supplemento non possono permettersi di rifiutarla. E non sono pochi i giovin signori -­ neanche poi tanto giovani -­ che non esitano ad approfittare della situazione. Piacerebbe poter concludere dicendo: "Ma questa è un'altra storia". Ma non è così: la storia, purtroppo, è sempre la stessa.

RICORDI DI SOMALIA  5
Ladri in casa - o quasi

Secondo per importanza, dopo la boyessa, è il guardiano. Ogni casa ne ha uno. Un buon guardiano è presente nelle ore in cui gli chiedi di esserlo; se esce per sgranchirsi le gambe, non perde di vista il tuo cancello; dorme, ma è capace di svegliarsi al minimo rumore; durante la notte quasi trattiene il respiro per non disturbarti. Se ti capita un cattivo guardiano, invece, il problema è serio: viene all'ora che vuole lui; del tuo giardino fa quello che vuole lui; quando dorme non lo svegliano neanche le cannonate, tanto che, per farti aprire, può accaderti di dover tempestare il cancello di pugni e calci per un quarto d'ora, svegliando così tutto il vicinato. Meno lui. Se invece non dorme, allora non dormi neppure tu: entra ed esce in continuazione -­ girando ogni volta tutte e sei le mandate del cancello, passeggia, fischietta, canticchia, batte le mani, ramazza il cortile -­ alle tre di notte! -­ e poi lo lava, aprendo bene tutto il getto dell'acqua. Dopo un mese di notti insonni, esasperato, decidi di mandarlo via. E fai una riflessione: i ladri, a Mogadiscio, non sono poi così numerosi; le case non sono poi così facili da penetrare: non si potrebbe fare a meno del guardiano? La zona in cui abiti, oltretutto, è molto tranquilla e, allo stesso tempo, abbastanza frequentata: non dovresti correre grossi rischi. Detto fatto, licenzi il guardiano e non lo sostituisci. È a questo punto che entra in azione l'«anonima guardiani». Nel giro di poche ore la strada, fino a quel momento così tranquilla, si trasforma in una sorta di Corte dei Miracoli, la tua personale Corte dei Miracoli: bancarelle con venditori improvvisati di cose visibilmente raccattate su in fretta e furia, mendicanti, cenciosi, sciancati, sfregiati, ceffi da galera con ghigni orrendi. Non fanno niente, stanno lì, tu vai e vieni, e loro neanche ti guardano. Ma quella strada, adesso, non ha più quell'aspetto rassicurante che aveva prima. E ogni giorno la folla aumenta. E ti accorgi che adesso ti guardano. Finché una sera trovi qualcuno davanti al tuo cancello. Non c'è verso di farlo muovere e finché non sarà intervenuto il tassista, col suo metro e ottanta e le sue spalle ad armadio, non riuscirai ad entrare. La notte dormi poco e male, a causa dei rumori, inesplicabilmente aumentati. Una notte scoprirai anche di avere non uno, bensì due muezzin, e che entrambi si sono dotati di altoparlante. Che fa un tale fracasso, da sembrare di averlo sottocasa. E i pescatori che prima dell'alba vanno al mare, mai li avevi sentiti vociare con tanta veemenza. E una moto che non la finisce di andare avanti e indietro. E una coppia che litiga. E ragazzi che cantano. Proprio una notte d'inferno. Poi, la mattina, trovi un rinforzo del cancello interamente sfondato. "OK, ragazzi, avete lavorato bene", ti dici, quasi più ammirato che arrabbiato. Il messaggio, ormai, è più che chiaro: devi trovarti un guardiano. Loro non vogliono farti del male; non vogliono neanche rubare; potevano entrare e non l'hanno fatto. Però tu devi trovarti un guardiano. Purtroppo quel giorno sei impegnato dalla mattina alla sera, e non te ne puoi occupare. La sera rientri presto e ti metti ad aspettarli. L'attesa non è lunga: prima delle dieci si fanno vivi. Bussano, ti parlano; non tentano di entrare: solo, ti fanno capire che sono lì. E che sono tanti. Tu, ad ogni buon conto, ti porti in camera il coltello grande, e lo tieni vicino al letto. E riprende il carosello: moto, canti, litigi, doppio muezzin con altoparlante ­ ma a un'ora diversa da quella dell'altra notte: non ti sembra strano? No, perché sei troppo stanco. E al tuo cancello, un ininterrotto susseguirsi di cigolii, picchiettii, strofinii. La mattina dopo, un altro pezzo del cancello è sfondato. È chiaro: non entreranno ­ per ora ­ ma non ti lasceranno neppure dormire. E il pomeriggio, rassegnato, vai a cercarti un nuovo guardiano. Ti arriva alle sei. È un adolescente imberbe, di fronte al quale ti viene persino da stare attento a non respirare troppo forte, per paura di buttarlo per terra. Esci, e dopo qualche ora rientri. Ti fai accompagnare, perché hai un po’ paura di ciò che ti potrebbe accadere finché la notizia che adesso hai un guardiano non sarà di pubblico dominio. Invece quando arrivi scopri che la tua Corte dei Miracoli, come per incanto, è svanita. Un vecchio pescatore si dirige frettolosamente verso casa. Nessun movimento, nessun rumore. E la notte, nessun doppio muezzin con altoparlante, ma solo il solito, unico muezzin, lontanissimo, con la sua voce nuda che riesci a percepire solo tendendo l'orecchio.
Tutto è bene quel che finisce bene. Ad ogni buon conto, meglio non fidarsi dei guardiani portati dai mediatori: come si è visto, si rischia di passare dei gran brutti guai.

RICORDI DI SOMALIA  6
Ammalarsi a Mogadiscio

L'importante è trovare un medico. Non che i medici manchino, ma il problema è raggiungerli: il telefono in casa è privilegio di pochi. Tu che ti sei ammalato, naturalmente, non sei fra gli eletti. Non ti resta, dunque, che scendere dal letto, vestirti, uscire, chiudere la porta, ricordandoti di fare tutte e otto le mandate ­ serve per informare il vicinato che è chiuso bene - idem per il cancello, quindi cercare un taxi, pregando Dio, Allah, Javeh, e magari anche Giove e Giunone che non si sa mai, che il tassista non sia ubriaco: capita raramente, ma quando capita, in questi posti musulmani e analcolici, sono guai seri. Trovato il taxi, devi aver pronta una piccola - ma a volte anche grande ­ riserva di energia per contrattare il prezzo della corsa: quello che arrivi, alla fine, a spuntare, è sempre lo stesso, ma il tempo che impieghi per arrivarci è molto variabile: dai 5 secondi ai 15 minuti. Finalmente sali, e durante la corsa ripreghi tutti gli Iddii di cui sopra di arrivare indenne: i fari non ci sono, le frecce mancano, le gomme potrebbero essere efficacemente utilizzate per la pubblicità di un lucido da scarpe, la convergenza è un'opinione, le sospensioni un'utopia: sono le auto che i benefattori europei generosamente vendono ai somali, guadagnandone quanto basta per ripagarsi dell'acquisto, spedizione e uso per tutta la durata della missione. Incredibilmente, quasi sempre si arriva indenni. Mentre ti avvii all'ambulatorio, seguiti a pregare: stavolta preghi che il caso non sia da ricovero: se sopravvivere alla malattia è impresa ardua, sopravvivere al ricovero è impresa pressoché disperata. Può accadere, ad esempio, che il chirurgo sia costretto ad aprire costati e addomi tra nugoli di mosche fameliche: le buone suore italiane, cattoliche apostoliche romane, sostengono che spruzzare insetticidi non è cosa di loro competenza. Talvolta l'intervento del vescovo può valere a sbloccare la situazione, ma ciò non è garantito.
Nel frattempo sei entrato nell'ambulatorio, e scopri che oggi sono di turno l'ortopedico e il ginecologo, mentre tu hai forti e pressanti ragioni per supporre che il tuo problema sia un'infezione intestinale. Ma non importa, in qualche modo si farà: la solidarietà, in terra straniera, è d'obbligo. Finalmente si rintraccia il medico giusto, il quale ti ascolta, ti visita, e ti fa una bella ricetta. Proprio bella. Se ti viene voglia di incorniciarla e appenderla al muro, fallo pure, senza scrupoli: ad altro non ti servirà. In nessuna farmacia di Mogadiscio troverai mai quelle medicine. E neanche altre, del resto. In farmacia troverai alcool, cotone, assorbenti, acqua minerale, scatole di Idrolitina, a volte vasi di vetro con pastiglie sfuse di aspirina, di tanto in tanto sciroppi vitaminici. Raramente altro. E i partner privilegiati stanno a guardare. Dunque, niente medicine. Quindi ti rimetti a letto, e affidi la ricetta a un amico volenteroso che si mette a fare il giro di colleghi, amici, conoscenti, alla ricerca di qualcuno che abbia una piccola scorta del farmaco prescritto. La ricerca può durare da tre giorni a tre settimane. Quando si sarà conclusa, le medicine non ti serviranno più: o sarai deceduto, o nel frattempo sarai guarito da solo, con la forza di volontà e con la fede in Dio ­ o in qualunque altra entità tu abbia incaricato di vegliare sulla tua salute.

barbara


RICORDI DI SOMALIA  7

Avere una macchina

La prima cosa importante da sapere è che le multe vere non esistono: vanno contrattate. La seconda è che le ricevute per le multe sono da 5 scellini. Quindi se ti sparano una multa da 10.000 scellini, non ci devi credere. Il fatto è che quello che il poliziotto guadagna non basta a pagare l'affitto di una stanza senza luce e senz'acqua. E deve pur mangiare anche lui. Devi dunque discutere pazientemente, spiegargli che purtroppo non hai tempo di andare alla centrale, no, non importa, la ricevuta non ti serve, però 500 scellini ti sembrano una cifra eccessiva, vogliamo fare duecento? No, anche quattrocento sono troppi, sì, certo, capisci perfettamente, ma anche i professori italiani non navigano mica nell'oro, facciamo trecento e non se ne parli più. Se invece un poliziotto ti gira intorno, e non riesce a trovare alcuna irregolarità, offrigli un caffè: è il modo più rapido per togliertelo di torno. Se dopo un po’ qualcun altro ti ferma, può servire la vecchia formula: "Abbiamo già dato". Meglio evitare l'aggressività: un sorriso di comprensione funziona molto meglio di un insulto.
Per avere la macchina a Mogadiscio, ci sono tre possibilità: spedirla dall'Italia, acquistarla sul posto da qualcuno che parte, o affittarla. In quest'ultimo caso, sarà il padrone della macchina a provvedere alle riparazioni; negli altri due ci devi pensare tu. Capita spesso di averne bisogno, per via della benzina, di pessima qualità, delle strade disastrate, ma soprattutto dell'età della maggior parte delle vetture, molte delle quali sono visibilmente reduci da violenti scontri con dinosauri, brontosauri e tirannosauri. Se la macchina si ferma, in breve tempo i meccanici te la rimettono in sesto, ma dopo due giorni torna a fermarsi.
Il giovedì c'è il rito della benzina, che viene dispensata a giorni fissi. Agli italiani tocca, appunto, il giovedì. Così alle due del pomeriggio tutti gli italiani sono in fila ai distributori. Talvolta fino alle cinque. Sotto il sole dell'equatore. E’ vero che c'è la benzina al mercato nero, disponibile in ogni momento, ma quella costa una follia: quasi settecento lire al litro! Meglio dunque rassegnarsi alla fila, alle inevitabili saune, alle altrettanto inevitabili arrabbiature, ai pomeriggi persi. Al mercato nero ci si rassegna solo quando la benzina non c'è. Ogni tanto accade, e sono momenti brutti, di grande confusione. I conducenti dei baabuur alzano i prezzi, la gente si rifiuta di pagarli, avvengono sommosse, interviene la polizia. Capita di vedere sparatorie per strada, incendi di baabuur. E i tassisti? I tassisti alzano i prezzi, ripetendo la solita formula: "Benzina non c'è”. Le contrattazioni sono molto più lunghe del consueto, ma alla fine si accetta di pagare di più ­ e nessuno si ribella. E vendono agli stranieri ettolitri di benzina. A prezzo di mercato nero, naturalmente. Non per niente la Somalia è stata colonizzata dall'Italia: hanno imparato tutto da noi!
 

20 Dicembre 2005

 

RICORDI DI SOMALIA  8
A spasso in "baabuur"

"Baabuur", in somalo, significa automobile, ma quando si parla di "prendere un baabuur", si intende il mezzo di trasporto pubblico. Che è privato, beninteso. Si divide in due categorie: il baabuur propriamente detto, e il toyota. Il baabuur è un pullmino con 12 posti e, molto spesso, da 20 a 25 occupanti: come ci entrino, Dio solo lo sa. Fortunatamente i somali, a differenza degli europei che si accalcano sugli autobus, sudano poco, e di solito non puzzano. Il toyota è un camioncino ricoperto da un tendone, con due panche di ferro, di solito ricoperte da qualcosa atto a proteggere i poveri deretani europei ­ scarnificati da diete di ogni ordine, grado e colore politico ­ dagli inevitabili scossoni (i deretani somali, almeno quelli femminili, sono solitamente autoprotetti). Ma tale copertura non è garantita. Il baabuur non ha orario: quando c'è gente, parte. Non ha fermate: dove c'è gente che vuole salire o che vuole scendere, si ferma, anche se si era già fermato due metri prima. Per sapere se sta arrivando, non occorre guardare: quando si sente un rumore di ferraglia martoriata, è lui. Ce n'è un'infinità, non si può percorrere un metro a Mogadiscio senza vederli, quando c'è benzina. Quando questa non c'è, la musica cambia. Allora ogni viaggio diventa prezioso, non basta più che ci sia gente a farli partire; il pieno, anzi lo strapieno, deve essere garantito. Fino all'ultimo spiraglio della porta del baabuur, fino all'ultimo millimetro del paraurti del toyota, tutto deve essere riempito. Poi partono, coi colori dei garbasar che svolazzano nell'aria. Quelle decine di corpi appesi, spinti in fuori dagli altri corpi che stanno dentro, a volte appoggiati con un solo piede e tenuti con una sola mano, fanno rabbrividire noi poveri europei, convinti che la vita sia una cosa importante. Loro, i somali, non si preoccupano: intanto si parte; poi, forse, si arriverà. Insh'Allah. Se no, pazienza.
Ma quando la benzina c'è, lo spasso è garantito. E il trattamento anticellulite gratuito anche. Gratuito, o quasi: il prezzo della corsa è di 5 scellini: al cambio attuale circa 40 lire. Volendo, si può anche dirottare un baabuur e farsi portare dove si vuole, ma allora il prezzo sale: possono arrivare a chiedere anche l'equivalente di 200-300 lire a testa. Ma il trattamento anticellulite vi è sempre compreso: e poi c'è chi si lamenta.

barbara

 

31 Dicembre 2005

RICORDI DI SOMALIA  9

Il traffico

Chi ha visto Napoli, chi ha visto Tunisi, chi ha visto il Cairo, non ha visto nulla.
Il traffico, a Mogadiscio, è composto da autobus, camion, automobili, moto, vespe, asini, mucche e capre. Tutte le suddette categorie sono rigorosamente prive di marmitta, ma i camion, sembra, ne sono più privi degli altri. Del resto sono privi anche di molti altri pezzi. D'altra parte non si può neanche pretendere: a giudicare dall'aspetto, ormai dimenticato in Europa, appare probabile che siano quelli mandati da Mussolini. Gli asini sono addetti al traino dei carretti, le mucche e le capre al libero vagabondaggio. Impossibile vedere, a Mogadiscio, una donna sul sellino posteriore di una vespa. Se si chiedono spiegazioni, si ottiene questa: il Corano dice espressamente che agli uomini è proibito portarsi donne sulla vespa. Va detto che i somali, di solito, guidano malissimo ma essendo molto religiosi, godono di una speciale protezione da parte di Allah, per cui gli incidenti sono piuttosto rari. Ma anche così, chi vada a lavorare a Mogadiscio e debba servirsi dei mezzi pubblici, dovrebbe godere di una speciale "indennità infarto". Il fatto è che non esiste alcuna regola: i semafori ci sono, ma non funzionano; la polizia a volte c'è ma, oltre a fischiare, non sa cos'altro fare; i sorpassi si fanno dove c'è spazio; i sensi di marcia sono quelli che si preferiscono; la precedenza è di chi se la prende. Quando il poliziotto fischia, il fermarsi è facoltativo: tanto, un registro non esiste, gli indirizzi non esistono: come rintracciare il fuggitivo? Però può anche capitare di vedere un poliziotto zelante fermare un motociclista di passaggio, balzare sul sellino posteriore, e incitare il malcapitato all'inseguimento del fuggiasco.
L'unica regola ferreamente rispettata è quella dei 5 centimetri. Che consiste in questo: quando un automobilista ha davanti a sé 5 centimetri liberi, si affretta a guadagnarseli. Se in questo modo le macchine si incastrano, e nessuno si può più muovere, pazienza: la cosa non ci riguarda. Succede così che si creino ingorghi mostruosi e giganteschi. E da lontano, come in una comica muta, si vede il povero poliziotto, novello Charlot alle prese con le macchine, andare avanti e indietro, da una macchina all'altra, battendosi le mani sulle cosce, con l'aria sempre più affranta. Altra nota costante, nel traffico di Mogadiscio, è il clacson. Verrebbe voglia di scrivere un saggio dal titolo: "Il clacson come status symbol": chiunque si trovi alla guida di un mezzo, viaggia col dito sul clacson, e ci pigia ininterrottamente. Il che, unito alle marmitte latitanti, fa un gran bel sentire. In compenso non esistono sirene: che è già una bella consolazione.
 

RICORDI DI SOMALIA 10
Il mercato

Innanzitutto un consiglio ai carnivori: non andate al mercato della carne: potreste diventare, nel giro di pochi secondi, i più feroci vegetariani della storia dell'umanità. Anche i mercati degli altri generi alimentari, se siete di animo sensibile e delicato, fareste meglio ad evitarli. Per tutti gli altri mercati, invece, se la quintessenza del caos non vi impressiona, non c'è problema.
Alla base di ogni acquisto, naturalmente, c'è la contrattazione: in Somalia -­ come in tanti altri posti, del resto -­ si contratta praticamente tutto: dal prezzo della carne a quello di una stoffa, dalla corsa in taxi alle medicine in farmacia, alla benzina, alle contravvenzioni. Contrattare è un'arte raffinatissima, che richiede conoscenze non superficiali di mercato, di psicologia, di diplomazia, nonché dosi spesso notevoli di pazienza. Se si conosce qualche parola somala, è utile usarla: i cooperanti italiani, per lo più, sembrano convinti di trovarsi ancora in una colonia italiana, e non paiono molto propensi a fare sforzi per imparare la lingua, né tanto meno per capire la mentalità e i costumi locali. Tanto più dunque, i somali si mostrano riconoscenti a quei pochi volenterosi. Può così accadere che un oggetto, che non sono disposti a cedere per cinquecento, e neanche per five hundred, siano poi dispostissimi a lasciarvelo per shan boqol (=500) scellini somali. Per qualche parola somala sono pronti a mollare tutta la mercanzia che hanno in mano e correre ad abbracciarvi, riempiendovi di complimenti, quanti non ne avete ricevuti in tutta la vostra vita.
La prima cosa da fare, quando chiedono il primo prezzo, è mostrarsi scandalizzati per l'enormità della cifra: ciò dimostra che avete il senso del valore del denaro, e vi procura l'immediata stima del venditore, che scenderà subito a più miti propositi. Se poi la cifra richiesta è addirittura spropositata, la cosa migliore è mettersi a ridere. Accettare subito la prima richiesta sarebbe certamente più comodo, ma può anche essere estremamente offensivo per il venditore, che si sente, in un certo senso, imbrogliato.
I mercati più noti e pittoreschi sono quelli del Sinai e di Barxadda Yaasiin, ribattezzata dagli italiani "Piazza degli Orafi". In quest'ultimo le donne, sedute su bassi sgabelli, stendono per terra le loro merci, per lo più stoffe e profumi, sotto il portico che circonda la piazza. Ci passi e ripassi, decine di volte, e ti limiti a trovarlo pittoresco; ma poi arriva il momento in cui ci passi per l'ultima volta, prima della partenza, e ti sorprendi a pensare che forse non lo rivedrai mai più e allora ti accorgi che l'anima ti sta andando a brandelli. Ti riguardi, una per una, quelle facce sorridenti, speranzose, suadenti, quelle mani che sollevano le stoffe, in una muta offerta, quel turbinio di colori; aspiri avidamente tutti gli afrori del mercato africano, fatti di profumi, di essenze, di frutta marcia, di umanità faticante. Sarebbe ora di andare, su, siamo ragionevoli, adesso è ora di andare, e ti ritrovi a supplicare ­- chi? ­- come sulla soglia della ghigliottina: "Ancora un momento, ti prego, solo un momento ..." Vedi una donna che ti fa grandi gesti con le braccia, e la riconosci: sì, è quella da cui una volta avevi dimenticato gli occhiali da sole. Eri tornata a cercarli il giorno dopo, giusto per avere la coscienza di averlo fatto, non certo per la speranza di ritrovarli. E lei ti vede arrivare, ti fa un gran sorriso, prende una grande borsa e ne tira fuori, sì, proprio i tuoi occhiali da sole. E rifiuta l'offerta di una mancia. "Ma costano tanti soldi ­ le spieghi tu, europea ­ e se non li trovavo dovevo ricomprarli". E lei ti guarda stupita: "Erano tuoi, li hai lasciati qui: perché non dovevi trovarli?” ti chiede con semplicità. Provi ad insistere, ma lei ti dice, con dolcezza, ma fermamente: "No, io vendo le stoffe, non ho fame". E tu non vorresti, davvero non vorresti fare una figura tanto idiota, in Somalia non piangono neanche i bambini, ma ormai non puoi più impedirtelo, stai già piangendo fra le sue braccia robuste che sanno di mamma. E di regina. E ogni volta che passi di lì, anche dopo un anno, si sbraccia per salutarti, anche se non le hai più comprato niente: come se avesse un debito di riconoscenza con te.
No, probabilmente non la rivedrai più, né lei, né quella con cui hai intrattenuto una lunga conversazione, un po’ in italiano, un po’ in inglese, un po’ in somalo, un po’ a gesti. Né l'omino con cui hai litigato per più di mezz'ora per strappargli il prezzo "giusto". Sicuramente non li rivedrai più. Ma è davvero un peccato così grave versare una lacrima su un mercato africano?


barbara
 

Ricordi di Somalia

6 Febbraio 2006


SOMALIA, CONSIDERAZIONI POSTUME
La decisione di spacciarmi per sposata l’ho presa in seguito a uno sconcertante episodio accadutomi nei primissimi tempi della mia permanenza a Mogadiscio. Era il mio giorno libero ed ero andata alla posta per spedire una lettera, intenzionata ad andare poi al lido. Alla posta avevo incontrato un giovane collega somalo che, diretto anch’egli al lido, mi aveva cortesemente aspettata, per fare poi la strada insieme. Andiamo dunque sulla strada in cui passa il baabuur per il lido e ci mettiamo ad aspettare. Poco dopo un’auto si ferma e ci viene offerto un passaggio, che naturalmente accettiamo. A bordo ci sono due uomini sulla quarantina; entrambi parlano un ottimo italiano, e iniziamo a chiacchierare. Ad un certo punto il guidatore mi chiede se sono sposata, e io rispondo di no. Immediatamente il collega mi tira una violenta gomitata sulle costole e si precipita a dire: «Ma ci sposiamo la settimana prossima», guardandomi con aria severissima. Subito i due davanti cominciano a parlare fittamente in somalo, e poco dopo il collega strilla «Joji joji joji (ferma ferma ferma) siamo arrivati!»; l’auto si ferma, il collega mi scaraventa letteralmente giù dall’auto, mi prende per un braccio e mi trascina dietro un muro. Quando sente il motore dell’auto che si allontana mi afferra per le spalle e mi sibila: «Non farlo mai più! Non azzardarti mai più a dire che non sei sposata!» e finalmente mi lascia andare, il bellissimo viso ancora sconvolto per ciò che aveva sentito dai due in macchina, e che non mi ha mai riferito.
Di solito dire di essere sposate era sufficiente, ma a volte non bastava: a volte bisognava dimostrarlo. Per la grande fortuna di tutte noi, c’era il collega E., che abitava in centro ed era quindi facilmente raggiungibile, e per tutta la permanenza a Mogadiscio è stato il marito d’emergenza di tutte noi: se quando andava ad aprire il portone del giardino si trovava davanti una collega che gli buttava le braccia al collo dicendo: «Ciao, tesoro, scusa il ritardo», la moglie provvedeva ad allontanarsi discretamente dalla finestra, per evitare di metterci nei guai, e in questo modo si risolveva, almeno per un po’, il problema.
Questo può dare un’idea della considerazione di cui godeva (gode?) la donna da quelle parti. All’università mi è accaduto più volte di venire rimproverata dai miei studenti perché avevo detto «no» a uno studente che mi aveva dato la risposta sbagliata e «sì» a una studentessa che aveva dato quella giusta: non avrei dovuto farlo, mi si spiegava, non si può dare torto a un uomo e, come se non bastasse, dare contestualmente ragione a una donna, e meno che mai se si è una donna. Per certi aspetti la situazione della donna è ancora peggiore che nei paesi in cui la sharia è legge di stato: se in quelli la testimonianza di una donna in tribunale vale la metà di quella di un uomo, in Somalia valeva un terzo. Così mi è capitato di sentirmi dire da una studentessa di medicina: «Io, qui? No, scherzi? Appena laureata vado in Italia! Ma lo sai che se vedo il collega che sta sbagliando in sala operatoria bisogna che gli lasci ammazzare il paziente perché non posso dirgli che sta sbagliando?!»

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 25-05-08.